America Democratica

Barak Obama in Pennsylvania e Columbia

Barak Obama in Pennsylvania e Columbia

Se quasi ogni televisione del mondo dedica uno speciale alle elezioni presidenziali americane, un motivo c’è. E’ palese che la scelta del prossimo presidente USA condizionerà la politica di tutto il mondo. In un certo senso, proprio per il potere che ha, la figura del presidente americano dovrebbe essere eletta da tutti i popoli del mondo.

Utopie a parte, sembra che qualcuno già abbia noto il vincitore. Tutti danno Barak Obama come ultrafavorito, con alle spalle John McCain, veterano del Vietnam il cui impegno principale in questa campagna elettorale sembra essere stato quello di prendere le dovute distanze da George W. Bush.

Una riflessione sul presidente uscente. La Storia insegna sempre da chi sta la parte della ragione, tranne alcuni rarissimi casi. Ma non siamo in uno di questi. A ragione, gli otto anni di presidenza Bush Jr saranno ricordati come il medioevo dell’America. Assieme a Bush crollano tutti quei commentatori, giornalisti e politici italiani che lo hanno sostenuto: da Giuliano Ferrara, a Vittorio Feltri, da Fiamma Nirenstein. Fino ad arrivare al suo più grande, se non unico, alleato-amico nel G8, Silvio Berlusconi. Naturalmente.

E’ tutta gente che ha sostenuto la politica neoconservatrice di Bush, la guerra in Iraq, il protezionismo, la dottrina della guerra preventiva, la dottrina economica che ha portato alla recente crisi. Non dimenticherò mai Fiamma  Nirenstein mentre difendeva l’attacco all’Iraq alla conferenza delle Azzorre, oppure Il Foglio o Il Giornale, che a giorni alterni pubblicavano in prima pagina le prove sulle armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein e sul conivolgimento dell’Iraq con le vicende di Al Quaida. Tutte frottole, tutte bugie. Questi signori e tutto il centrodestra italiano, a giudizio della Storia, sono stati in errore.

Detto questo, veniamo ai fatti più recenti.

Stanotte qualcuno farà le ore piccole per seguire questa elezione. Personalmente mi auguro di non provare la stessa delusione che ebbi ai tempi dello scontro Bush-Al Gore. Otto anni fa cominciavo le prime osservazioni critiche della politica in tv. Volevo decidere da che parte stare. Fortunatamente, nonostante la non lunghissima esperienza, scelsi tra me di sostenere quello che sarebbe diventato un Nobel per la Pace.

In qualsiasi modo finiscano, quindi, il vero vincitore di queste elezioni è già noto. Il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà Il Cambiamento. Sta agli americani, adesso, decidere chi lo personifica meglio. La mia opinione è Barak Obama. Un uomo figlio della globalizzazione potrebbe portare il mondo fuori dai danni fatti dalla globalizzazione. Un pò frase ad effetto, ma ha le sue ragioni. Per la sua storia, per i suoi studi, per la sua vita. Per aver aver fumato marjiuana, per aver sentito l’esigenza di riscoprire le proprie radici, per l’impegno sociale. Ma anche per essere il primo presidente di colore della storia. Obama ha tutte le carte in regola per essere un buon Presidente.

Attenzione, però, a non farsi trasportare dall’elemento mediatico di Obama. Attenzione a non cadere nell’errore che gli italiani hanno fatto con Silvio Berlusconi. Obama ha speso un capitale in campagna elettorale, sia contro Hillary Clinton che poi contro lo stesso McCain. Ed i popoli dell’Europa percepiscono la figura di Obama attraverso il filtro della telecamera. Qualche maligno potrebbe pensare che il suo consenso derivi dai soldi che ha speso in immagine. In parte è anche vero. Ma ciò che sgombra il campo da ogni dubbio è il suo passato, i suoi discorsi, il suo programma.

Oggi il mondo necessita di un cambiamento. E Barak Obama sembra l’unica speranza per uscire dall’empasse. Aspettando che il vento del cambiamento soffi anche in Italia.

Obama for President

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