L’energia che dà la morte

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L'energia che dà la morte

In situazioni delicate come quella che riguarda il Caucaso, più che in altre situazioni, prima di poter esprimere un parere è opportuno informarsi adeguatamente. Purtroppo non è semplice trovare il bandolo della matassa sul conflitto in atto tra Russia e Georgia. Certo è che non si tratta di questioni di patriottismo, come magari si può essere portati a credere.

Il  problema vero è che sono stati scombussolati gli equilibri internazionali, le zone di influenza non sono più contigue bensì a macchia di leopardo. I Paesi che una volta erano satelliti dell’URSS stanno voltando le spalle alla Russia di Putin (non di Medvedev) per mettersi sotto l’ala protettrice di Bush. Previa concessione di lauti privilegi, naturalmente. Il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, l’allargamento dello scudo spaziale agli ex Paesi del Patto di Varsavia, le rivoluzioni colorate sono tutti colpi incassati dalla Russia. Fino ad arrivare all’ultimo, cruciale punto: il controllo delle risorse energetiche.

Già. La Georgia ospita alcuni dei pochissimi corridoi energetici ( metano e oleodotti ) che alimentano i Paesi del blocco occidentale e che non attraversano la Russia. Un’opportunità da sfruttare, quindi, la presunta violazione da parte della Georgia della tregua del ‘92. Violazione tutta da verificare, natuarlmente, visto che i georgiani rivolgono a Mosca le stesse accuse. Idem per l’Abkhazia.

A quanto sembra, sulla questione Caucasica la Russia non ha intenzione di cedere. Il riconoscimento dell’indipendenza di Ossezia del sud e Abkhazia unito alla sospensione dei rapporti con la NATO sono solo le ultime mosse annunciate.

Deplorevole è che ancora una volta a farne le spese sono i civili, la cui morte viene comunque considerata un prezzo da pagare per il riassestamento degli equilibri internazionali.

Anche questo, quindi, come la maggior parte dei conflitti in atto, deriva da contese sull’energia. Ed è paradossale come la stessa energia che permette ad un popolo di fiorire e svilupparsi, sia indirettamente la causa della distruzione di altri. Tutto questo necessita un forte cambiamento. Di sicuro non è semplice andare contro il Guadagno, il Profitto e le possibilità di arricchirsi in maniera veloce e poco dispendiosa, soprattutto se è viva la possibilità di speculare, vista la carenza di risorse.

Ma un cambiamento ci deve essere. Da questo punto di vista l’amministrazione Bush ha contribuito a creare situazioni di instabilità sparse per il mondo. Lo spiraglio, adesso, sembra essere Barak Obama. C’è già chi lo paragona a Bob Kennedy, oppure al più famoso fratello John. Per adesso l’unica cosa certa è che un altro presidente Repubblicano negli Stati Uniti sarebbe sintomo di una ricerca di continuità con la politica neoconservatorista ed unilateralista di oggi.

Una catastrofe da evitare a tutti i costi

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Antonio Tirri
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