
Il 9 maggio del 1978 muore a Roma Aldo Moro.
A trent’anni dalla morte ripenso alla vicenda di Aldo Moro, non solo come il culmine di un atto terroristico, un atto di attacco allo Stato democratico, ma a qualcosa di più. Il sequestro e l’uccisione dell’allora presidente della Dc mi fa pensare seriamente ai limiti della sovranità di uno stato democratico.
Non parlo per prese di posizione, metto per iscritto una riflessione che ho fatto spesso in questi giorni, e adesso spero che un riordino forzato delle idee possa venire dalla scrittura.
La vicenda Moro ha due facce.
La prima, sostanzialmente, prevede questo susseguirsi di fatti: c’è stata la volontà da parte delle Brigate Rosse di colpire un autorevole esponente della Democrazia Cristiana, simbolo del coninvolgimento filoimperialista. Allora la Dc, e in particolare Aldo Moro, stava cercando di traghettare il PCI di Berlinguer verso una iniziale esperienza di Governo. Le BR speravano che una azione del genere sarebbe servita anche a riportare il Partito Comunista Italiano verso le sue “naturali” posizioni di antagonismo e di sostegno alla rivoluzione.
Una seconda versione, prevede il coinvolgimento degli Stati Uniti, attraverso alcuni interventi della CIA. Tramite un centro linguistico di nome Hyperion, legato all’attività delle BR, la CIA avrebbe infiltrato Moretti nell’organizzazione terrorista, spingendo il gruppo a colpire Aldo Moro, invece che Giulio Andreotti (come da precendenti intenzioni). La motivazione: gli Stati Uniti non vedevano di buon occhio la prospettiva di un partito comunista al governo in un paese della NATO. Sarebbero potute finire in mani sovietiche alcune informazioni sensibili, in particolare documenti riservati sulle testate nucleari americane in Italia. Ad avvalorare questa ipotesi vi sono alcune testimonianze di come nel 1974, a seguito di un incontro all’ambasciata italiana di New York, l’allora segretario di stato Kissinger abbia velatamente minacciato Aldo Moro, invitandolo a sospendere immediatamente la trattativa con il PCI.
A questo punto mi chiedo quale valore abbia il principio di autodeterminazione dei popoli, quanto valore avessero le prese di distanza di Berlinguer dalla politica dell’Unione Sovietica, in che modo si possa pensare di esportare la democrazia se si impedisce ad un Paese di scegliersi il governo.
Erano in molti ad aspettare questa mossa, e direi che finalmente è arrivata. Veltroni sta portando effettivamente un pò di aria fresca che spazza via il vecchio. L’ottantenne De Mita, offeso perché gli è stata impedita la candidatura per dare spazio a volti nuovi, lascia il PD.
Certe volte mi chiedo se veramente una legge elettorale possa servire a risolvere molti dei problemi di questo Paese.

Ormai sembra quasi certo che il voto sia imminente. Lo si sente dai toni da battaglia di Veltroni, Fini e Berlusconi. Toni che portano alla deriva qualsiasi ipotesi di compromesso.








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