Per qualcuno la prima approvazione della finanziaria al Senato è sata una vittoria. Per altri una sconfitta. Per altri ancora il (solito) nuovo inizio. Tra questi ultimi c’è sicuramente una folta schiera di deputati, senatori e non meglio identificati che vedono la recente approvazione della legge finanziaria come la più ricca occasione per un rimpasto in grande stile. Prima di scrivere qualche commento sui fatti che stanno animando in questi giorni sia i giornali che i salotti politici di mezza televisione terrestre ( la satellitare fortunatamente si salva), faccio un pò il quadro della situazione.
L’attenzione è rivolta tutta sul senatore Lamberto Dini,76 anni, già presidente del Consiglio nel ‘95, poi iscritto alla Margherita. Lo scorso primo ottobre annuncia la sua rinuncia ad aderire al progetto del Partito Democratico e presenta il movimento “Liberaldemocratici“, ispirato a valori moderati.
Al nuovo movimento, cucito appositamente attorno alla persona di Lamberto Dini ( e ritengo che la simpatica allusione nel simbolo alle iniziali del suo leader non fa altro che confermare quanto detto), hanno aderito tre senatori ( merce preziosissima di questi tempi), un deputato e un sottosegretario.
Dini ha auspicato un superamento dell’attuale governo ( e io credo dell’attuale centrosinistra), ponendosi in contrasto con il Partito Democratico, e con una politica economica del Governo troppo votata, a detta di lui, alla spesa sociale.
Devo dire che un comportamento di responsabilità c’è stato con il suo voto favorevole alla legge Finanziaria. E questa responsabilità deriva da due aspetti di non trascurabile importanza:
1. Andare alle elezioni con questa legge elettorale ( il famoso “Porcellum”), avrebbe consegnato all’Italia un’altra maggioranza che maggioranza non sarebbe stata.
2. Non c’è una valida alternativa all’attuale Governo. E questo perché i rapporti tra le forze politiche non sono ancora stabilizzati: il Partito Democratico ancora deve strutturarsi ( non c’è neanche il simbolo) e ancora non è in grado di sapere quali saranno i suoi alleati, così come non lo sa Casini, Mastella o lo stesso Dini.
Dini ora rappresenta il Cavallo di Troia che il centrodestra potrebbe utilizzare per cercare di tornare a controllare parte del Potere che conta in questo Stato.
La strategia della spallata, infatti, non ha fatto altro che rinforzare Prodi. Questi ha potuto paventare il ritorno di Berlusconi al governo come collante per la sua coalizione. Ma se si cerca di offrire un approdo ai dissidenti del centrosinistra ( che stavolta non sono Rossi e Turigliatto), soprattutto con la prospettiva di un governo tecnico che traghetti il Paese verso elezioni anticipate con una nuova legge elttorale e soprattutto con un patto in termini di una futura alleanza programmatica, allora la situazione per Prodi è ben pericolosa.
Dicono che l’unico a non averlo ancora capito, per ora, è Silvio Berlusconi. ( Fini, Casini e la Lega ormai chiedono
all’unisono questo dialogo a doppio taglio ). In realtà io penso che lo abbia capito meglio di tutti. Si tratta semplicemente di una questione di garanzie. Silvio, infatti, è ben cosciente del fatto che questa sarebbe la giusta occasione per poter (finalmente) mettere in discussione la sua leadership, ed è per questo che chiede elezioni anticipate. Venendo meno l’appoggio del Palazzo, ritorna a fare propaganda con i Gazebo a chiedere elezioni anticipate, sperando di tornare ad unire tutti attorno alla sua figura in vista di un voto imminente. Ma dovrà capire che ormai sono i più a chiedere il dialogo ed aprire alle riforme.
E adesso? Il poi è difficile da sapere. E sicuramente non si è qui a cercare di azzeccare il futuro con una sfera di cristallo, ma per cercare di analizzare quello che succede e le conseguenze delle “manovre” di chi ha la pretesa di avere le competenze per governare questo Paese.
Trovo deprimente ciò che sta accadendo. E le motivazioni sono molte. Il grido al nuovo viene da un personaggio che parte gia vecchio. Non lo fa per un consenso che viene dal basso, si è creato la sua bella squadra di tre senatori e un deputato, pensando di poter creare una crisi di governo. E questo perché? Perché la spesa sociale è alta, perché si va in pensione troppo presto, perché non si vuole il nucleare. Io questo allarme non lo vedo. Anzi, prendo atto del fatto che l’Unione sia una coalizione burrascosa, dove si discute ( per fortuna) e dove ( sempre per fortuna) non ci sono posizioni unanimi su tutto. Ma basta ricordare che il patto tra il Governo e le parti sociali c’è stato. Che i sindacati hanno fatto un referendum per ratificare questo patto. Che l’ala sinistra dell’Unione avrebbe di sicuro dato battaglia, ma penso che si sarebbe arresa di fronte alla opinione della maggioranza.
In realtà la maggior parte di questi problemi derivano dall’essere ritornati al proporzionale. Se solo si fosse votato con una legge elettorale in grado di dare stabilità anche ad una coalizione vincente per un pugno di voti, sicuramente l’attuale Governo avrebbe avuto un potere decisionale maggiore ed un condizionamento inferiore di quelle che molti chiamano “ali estreme” ma che spesso non fanno altro che difendere gli interessi di una porzione di elettorato che è in aumento.
I meccanismi della legge elettorale, quindi, non sono cavilli astrusi la cui strutturazione sarebbe più semplice delegare ad un politologo, ma rappresentano il vero cardine della democrazia, poiché consentono ad una alleanza di poter attuare il programma presentato ai cittadini. Per questo motivo dovrebbe essere approvata da una larga parte del Parlamento, ed è per questo che la legge elettorale attuale è stata approvata a stretta maggioranza dalla coalizione precedente di centrodestra.

Soprattutto è stata approvata da quelli che adesso gridano al cambiamento e alla stabilità, dimostrando di essere, però, di memoria corta, visto che i primi a mettere l’Italia in queste condizioni sono stati loro, offrendo il proprio Sì al Porcellum. Per evitare fraintendimenti, mi riferisco a Casini e l’Udc.
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